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Lo stato di salute del giornalismo italiano tra covid, disinformazione e precarietà: l’allarme dell’AGCOM

Lo stato di salute del giornalismo italiano tra covid, disinformazione e precarietà: l’allarme dell’AGCOM

Durante l’emergenza Covid-19 la disinformazione ha viaggiato on line, principalmente su fonti online non tradizionali come social, motori di ricerca o sistemi di messaggistica. 3/4 dei giornalisti italiani (73%) si sono imbattuti in casi di disinformazione: il 78% di questi almeno una volta a settimana, mentre il 22% addirittura una volta al giorno. Sono dati non rassicuranti quelli che emergono dal terzo Rapporto dell’Osservatorio sul giornalismo, “La professione alla prova dell’emergenza Covid-19”, recentemente pubblicato dall’AGCOM.

L’emergenza COVID-19 ha rappresentato un importante banco di prova per il sistema dell’informazione, posto nuovamente al centro del dibattito pubblico e politico per il suo ruolo fondamentale nella circolazione di notizie e aggiornamenti di natura medico-sanitaria (e non solo) ma anche per i giornalisti stessi, alle prese con l’ascesa delle piattaforme online come intermediari dell’informazione e con la circolazione di contenuti, molto spesso, non corretti.

Covid a parte: qual è lo stato di salute del giornalismo italiano? La categoria soffre l’invecchiamento dei suoi professionisti, con la progressiva scomparsa di under 30 e una forte riduzione di under 40. Una diffusa precarizzazione evidente soprattutto nelle nuove testate digitali, che si avvalgono spesso di freelance. Quello che emerge è una preparazione specialistica insoddisfacente sui temi economici, scientifici e tecnologici che ha spinto, soprattutto durante il covid, la maggioranza dei giornalisti ad utilizzare fonti istituzionali e dare spazio, senza filtri e mediazioni, a scienziati ed esperti. Il mix di questi fattori ha spinto la professione ad una crescente ibridazione con attività attinenti al campo della comunicazione con molti giornalisti che iniziano a impiegarsi in uffici stampa e comunicazione di enti pubblici e privati, caratterizzate da maggiore possibilità di accedere a fasce reddituali medio-alte e minore precarietà professionale (e personale).

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“Rumors d’Ambiente”: il podcast sulla sostenibilità che porta la nostra firma

“Rumors d’Ambiente”: il podcast sulla sostenibilità che porta la nostra firma

Da oggi potrete ascoltare il Podcast “Rumors d’ambiente – Alla ricerca della sostenibilità”, realizzato per il nostro cliente Repower e che porta la nostra firma.

Di cosa si tratta? È il primo podcast interamente dedicato al mondo della sostenibilità, che viene raccontata in tutte le sue sfaccettature, dall’energia alla mobilità, dal design alla moda alla finanza. Per ogni tema, una puntata che racconta le vicende di donne e uomini del passato che hanno fatto la storia della sostenibilità; e un’intervista ai protagonisti di oggi. Il tutto raccontato dal giornalista e divulgatore scientifico Maurizio Melis, storica voce di Radio24 e appassionato di innovazione e sostenibilità.

Lo trovate online sul sito dedicato, e su tutte le principali piattaforme di podcast.

Come è nata l’idea? Ci abbiamo pensato a marzo, durante il primo lockdown. Un periodo che ha visto un profondo cambiamento nelle modalità di comunicazione delle aziende, e un forte aumento nel consumo di podcast in Italia: secondo una ricerca di Blogmeter per Audible, a marzo/aprile la discussione e l’interazione in rete su questi argomenti ha avuto uno slancio in termini di messaggi (157 mila, +70% rispetto a gennaio-febbraio) e interazioni (13,14 milioni, +60%). I podcast hanno riguardato 140 mila messaggi, il 91% del totale.

Per Repower abbiamo pensato al racconto narrato a voce come strumento di approfondimento e divulgazione di un tema coerente con i valori aziendali: sostenibilità e innovazione. I “branded podcast” sono infatti per le aziende uno strumento efficace per creare una comunità fedele di appassionati, e connettersi in modo più profondo con il proprio target, attraverso contenuti di qualità. La forza dei branded podcast è infatti la capacità di creare valore per chi ascolta.

Per “Rumors d’ambiente” ci siamo occupati di tutte le fasi del progetto: ideazione del concept e degli argomenti, proposta di temi e personaggi da intervistare, definizione del calendario delle puntate, scrittura dei testi.

Un assaggio? Nel podcast troverete, tra le altre, le interviste a Jeffrey Shnapp, fondatore del MetaLab di Harvard e pioniere delle Digital Humanities, Luca Travaglini, fondatore di Planet Farms, Italo Rota, uno dei più famosi architetti italiani, Enrico Giovannini, co-fondatore dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile. E poi le storie di Octavia Hill, che creò i primi modelli di social housing negli slum della Londra vittoriana, Doris Day, con la storia della pelliccia ecologica, la biologa Rachel Carson, che per prima denunciò gli effetti dei pesticidi sulla natura e sull’uomo.
E ora, non vi resta che ascoltare (e, se volete, dirci cosa ne pensate: info@eoscomunica.it). Enjoy! ☺

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Cercare lavoro in tempi di Covid19: il boom di LinkedIn

Cercare lavoro in tempi di Covid19: il boom di LinkedIn.

C’è un legame tra la pandemia da Covid19 e la ricerca di lavoro su Linkedin? Secondo Micrsoft sembrerebbe proprio di sì. La società, che nel 2016 ha acquisito per la modica cifra di 26,2 miliardi di dollari il network professionale più utilizzato al mondo, ha reso noti recentemente i dati sui risultati del gruppo nel II quadrimestre  comunicando un incremento di LinkedIn pari al +31%  rispetto allo scorso trimestre: parliamo di 722 milioni di utenti nel mondo rispetto ai 675 di Gennaio di inizio anno.

Sono dati che, come spiega bene Social Media today, vanno presi sempre con le pinze dal momento che LinkedIn non rende noti i numeri degli utenti realmente attivi al giorno o al mese e risulta difficile distinguere quanti sono quelli semplicemente iscritti ‘perché occorre esserci’, e quanti invece sono realmente attivi sulla piattaforma.

Stando ai dati del rapporto di Microsoft, 3 persone sono assunte ogni minuto su LinkedIn e più professionisti si rivolgono alla piattaforma di formazione filiale, LinkedIn Learning, per aumentare il proprio capitale di conoscenza, guardando più di un milione di ore di contenuti ogni settimana, (più del doppio rispetto a un anno fa).

Ma cosa pensa il social network? Andrew Seaman, editor di LinkedIn News, ha recentemente pubblicato una ricerca che fotografa uno stigma molto diffuso tra chi ha perso il lavoro, anche a causa della pandemia, e cioè la vergogna e l’imbarazzo di far sapere alla propria rete di contatti di essere disoccupati. Seaman stila una serie di consigli utili per chi è alla ricerca di una nuova occupazione.

  1. Ripetersi di non esser soli: essere abbattuti, o stressati, per l’assenza di lavoro è normale e riguarda tutti
  2. Indagare tutte le strade possibili: mandare CV studiati e personalizzati, far sapere a tutti di essere alla ricerca di lavoro, non solo la propria rete professionale anche amici, familiari, ex colleghi, conoscenti, contatti sui social network
  3. Chiedere referenze alla propria rete
  4. Impostare bene i job alerts rispetto alle posizioni per le quali ci si vuole candidare
  5. Essere attivi sul social network non solo attraverso la ricerca di lavoro ma anche con articoli e pubblicazioni: postare regolarmente aumenta la possibilità di crearsi un nuovo network.

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Social Network: il balzo di TikTok nel cuore degli italiani

Social Network: il balzo di TikTok nel cuore degli italiani

TikTok fa un balzo in avanti nel cuore degli italiani come uno tra i social preferiti: la comunità di video globale registra a giugno 2020 un +20,5% come fotografa l’Agcom, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, nel suo Osservatorio sulle Comunicazioni del 2020.  Nel periodo di analisi, marzo-giugno 2020, nonostante l’allentamento delle misure di contenimento dell’epidemia, il social media di mini video frequentato dai giovani di tutto il mondo è stato utilizzato, nel nostro paese, da 6,6 milioni di utenti. Parliamo di un balzo che fa notizia se si pensa che, rispetto a giugno 2019 quando TikTok contava meno di 1 milione di utenti, il social network ha registrato un aumento a tripla cifra con un +593%.

A seguire questo trend positivo è, inaspettatamente, Pinterest, frequentato a giugno 2020 da 16,7 milioni di utenti unici (+12,2 punti percentuali). E i social network più classici? Facebook, con quasi 37 milioni di utenti unici e una contrazione su base trimestrale del 4%, si conferma la principale piattaforma utilizzata dagli utenti. Analoga tendenza si osserva per Instagram, Linkedin e Twitter i cui consumi a giugno 2020 si attestano sui valori di dicembre, ma in sensibile calo se confrontati con quelli registrati nel periodo di lockdown (rispettivamente -36%; -12,2% e -21,8%).

L’Osservatorio conferma, tra gli altri, i trend negativi del settore dell’editoria già evidenziati nei precedenti Osservatori: nel mese di giugno 2020, la vendita di quotidiani (cartacee e online) subisce una flessione del 25% su base annua per un totale di 2,1 milioni di copie: nella forbice giugno 2016/giugno 2020 le copie giornaliere cartacee complessive vendute dai principali editori si sono quasi dimezzate, passando da circa 2,3 a 1,3 milioni di unità, mente le copie digitali hanno registrato un incremento se si considerano i valori di giugno 2019 (+11%) ma una flessione (-21%) se consideriamo l’intero periodo.

Riguardo al settore televisivo, rispetto a giugno 2019 la Rai, nonostante la contrazione della propria quota (-0,8 %), continua a mantenere la leadership con una share del 34%; al secondo posto, Mediaset, che con 3,2 milioni di telespettatori nel giorno medio, registra un incremento (0,8 punti percentuali) e raggiunge una share del 31,8%. Analizzando l’evoluzione delle audience delle edizioni serali dei principali programmi di informazione, Tg1 e Tg5 si confermano nel giorno medio i più seguiti (complessivamente con circa 8,4 milioni di ascoltatori e una crescita, rispettivamente, di +1,7% e +0,4%). Al terzo posto si colloca l’edizione serale della testata a carattere locale di Rai 3 (TgR) con una share, pari al 15,1%, in crescita di +3,5%.

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Tra covid ed elezioni: negli Usa la sfida dei social network è contro le fake news

Tra covid ed elezioni: negli Usa la sfida dei social network è contro le fake news

Mai come quest’anno, la sfida dei social network sarà quella di combattere la disinformazione e le fake news. Negli Usa stanno svolgendo un ruolo fondamentale nelle imminenti elezioni presidenziali: nelle scorse settimane social come Facebook, Twitter, YouTube, e anche quelli meno strumentalizzati ‘politicamente’ come TikTok e Pinterest, hanno imposto direttive molto chiare su come arginare la disinformazione sulle elezioni e le modalità di voto. Nelle prossime settimane lo sforzo maggiore sarà quello di far rispettare queste direttive in caso di risultati elettorali non schiaccianti, o contestati.

Ma facciamo un passo indietro. La principale sfida di quest’anno per le social media company è stata quella di imporre rigide regole sulla diffusione di fake news sull’epidemia da Covid 19  spesso diffuse proprio dagli account social di politici, Trump in primis, e i suoi organi di partito. Stando ai dati ufficiali sono più di 7 milioni i post rimossi da Facebook e Instagram con informazioni sbagliate sul virus, e 98 milioni le ‘etichette di avvertimento’ applicate a contenuti social giudicati fuorvianti. Stesso procedimento si è verificato nell’arginare gli effetti a cascata dei post social di Trump e alleati sulle frodi elettorali che si sono moltiplicati, soprattutto, nell’ultimo mese.

Ben venga il divieto di nuove adv politiche nelle settimane che precedono le elezioni o di diffondere informazioni premature sui vincitori, o la rimozione di post falsi sui risultati delle elezioni, o anche le etichette di avvertimento ai post che minano il risultato stesso delle elezioni. Ma saranno sufficienti a bloccare un processo messo in atto molto prima, quello cioè di insinuare il dubbio che l’intero processo elettorale sia una farsa?

‘Nella notte delle elezioni, il diavolo sarà nei dettagli’, afferma al Times Graham Brookie, direttore dell’Atlantic Council’s Digital Forensic Research Lab, istituto che traccia la disinformazione esponendo e tracciando fake news.

Quand’è che un’imprecisione diviene bufala, il pettegolezzo diviene notizia, o la fake news diviene strumento di propaganda o di business? Ne avevamo già parlato qui

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I social netowork ai GenZers? Piacciono sempre meno

I social network ai GenZers? Piacciono sempre meno

Ai ragazzi nati dopo la metà degli anni ’90, i cosiddetti GenZers, i social network piacciono sempre meno. A rivelarlo è lo studio di Dentsu Aegis Network  reso noto a fine luglio: il Digital Society Index. Il rapporto, condotto a livello mondiale su 5 mila GenZers da 18 a 24 anni, ha monitorato l’uso di Internet nei dodici mesi da maggio 2019 a maggio 2020, fino alla fine del lockdown.

In Italia un giovane su quattro nell’ultimo anno ha disattivato il proprio account. Uno su cinque è invece la media mondiale. Il Giappone si posiziona ultimo della classifica con solo un abbandono ogni venticinque utenti.

La preoccupazione principale è la sicurezza e l’uso dei propri dati personali. Ma i GenZers restano ottimisti dell’impatto positivo sulla società. Dallo studio emerge che, circa un terzo dei ragazzi nel mondo ha limitato il tempo trascorso online per quanto riguarda l’uso di telefonini e Pc (in Italia il 35%). Non solo. Diminuisce in modo rilevante lo sharing di informazioni sui gruppi. Il 43% dei giovani della Generazione Z (da noi un punto in più) ha adottato misure per ridurre la quantità di dati condivisi online. Inoltre per mantenere l’anonimato cancella la cronologia delle ricerche ed esegue navigazioni in incognito con Chrome.

Metà degli under 24 è convinto poi che Intelligenza Artificiale e robotica creeranno opportunità di lavoro fondamentali nei prossimi cinque anni. Ma ritiene necessario da parte delle aziende informatiche di seguire precise regole di etica applicata a questo specifico settore.

Un’ultima curiosità: per i GenZers è meglio una faccina per chiudere una frase che un punto. Lo avreste mai detto?

Un influencer come Marco Montemagno, esperto di tecnologia, sui social e i ragazzi la pensa così.

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Lavorare in un’agenzia di comunicazione a Milano: i consigli di eos comunica

Lavorare in un’agenzia di comunicazione a Milano: i consigli di eos comunica

Lavorare in un’agenzia di comunicazione a Milano è un’esperienza stimolante, dalla quale è possibile trarre ogni giorno una piccola lezione per migliorare il proprio lavoro e, perché no, anche se stessi. Studiare sui libri è importante, questo è certo, ma non sufficiente per potersi affermare nel campo della comunicazione e della creatività.

Una volta varcata la soglia di un’agenzia di comunicazione come eos comunica, si mette da parte tutto il bagaglio nozionistico appreso in ambito accademico e ci si scontra immancabilmente con la realtà, bella o brutta che sia. Come sopravvivere alla vita in agenzia? Ecco otto consigli da parte di chi ci lavora da un po’: il team di eos comunica!

A volte è necessario prendere le distanze da se stessi (Daniela, co-founder)

Innamorarsi delle proprie idee talvolta può rappresentare un ostacolo. Quando si tratta di scrivere un articolo o di organizzare un evento, meglio mettere da parte il proprio gusto personale e immedesimarsi nell’obiettivo da raggiungere: la soddisfazione del cliente.

Chi ben presenta è già a metà strada (Paolo, co-founder)

Motivare le proprie scelte e saper vendere un’idea di fronte a un cliente rappresenta buona parte del lavoro complessivo. La trovata più geniale del mondo non vale un quarto della sua presentazione.

L’elasticità mentale è tutto (Paola, account director)

Sviluppare un proprio metodo di lavoro va bene, ma è fondamentale saper comprendere che ogni progetto necessita di un suo approccio peculiare. Per adattarsi al contesto che di volta in volta si presenta, è utile guardarlo da angolazioni diverse.

È necessario aggiornarsi, continuamente (Sabrina, account executive)

Nel settore della comunicazione è essenziale rimanere al passo con le ultime notizie in fatto di attualità, tecnologia, politica, social media, senza contare tutte le aree di competenza dei clienti. Appena arrivati in ufficio la mattina, meglio leggere qualche buon giornale e investire nella propria conoscenza.

Servono ordine, metodo e disciplina (Francesca, content strategist)

In un’agenzia di comunicazione non basta essere creativi. Una certa disciplina e un buon metodo di lavoro sono in grado di salvare chiunque dalle ansie dell’ultimo minuto. Per esempio, quando bisogna reperire al volo, tra mille file, la terzultima versione di un articolo. Sì, proprio quella che il cliente aveva bocciato ma che poi ha rivalutato!

Fare domande non significa non aver capito (Carola, social media manager)

Anche se si fanno troppe domande non bisogna sentirsi inadeguati, o ritenere che l’interlocutore (specie se un superiore) lo stia pensando. Perdere cinque minuti in più durante un briefing può far risparmiare molto tempo nelle fasi successive.

Sopravvivere alle riunioni è possibile (Futura, art director)

I meeting del venerdì alle cinque esistono e vanno affrontati con coraggio, presenza di spirito e professionalità. Basta pensare all’aperitivo che si terrà una volta usciti da lavoro.

E infine, viva la positività! (Michela, account director)

Imparare i trucchi del mestiere, lavorare sodo (e in modo intelligente), evitare di perdere tempo. Ed essere gentili, soprattutto con i propri colleghi: sono questi i segreti per far scorrere al meglio qualunque giornata lavorativa!

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“Gli italiani e i social media 2019”: il nuovo report di Blogmeter

“Gli italiani e i social media 2019”: il nuovo report di Blogmeter

Con il report Gli italiani e i social media 2019, il tool di social intelligence Blogmeter torna a indagare chi sono e cosa fanno sui social network gli utenti residenti nel nostro Paese.

A partire da un campione rappresentativo – per genere, età e area geografica – di millecinquecento intervistati, la survey è riuscita a realizzare una “mappatura” delle motivazioni che spingono gli italiani a utilizzare i social.

Social “di cittadinanza” e social “funzionali”

All’interno del proprio report, Blogmeter identifica due differenti tipologie di social network: “di cittadinanza” e “funzionali”. I primi sono utilizzati in maniera quotidiana e sono indispensabili quando si tratta di definire identità e “cittadinanza digitale”. Il più usato? Naturalmente Facebook, seguito da YouTube e Instagram.

Anche Pinterest si rafforza in termini di diffusione, caratterizzandosi sempre di più come social di cittadinanza.

Chiudono la classifica i servizi di messaggistica istantanea come Whatsapp, Telegram e Messenger, definiti “di cittadinanza” in quanto utilizzati ampiamente dalla stragrande maggioranza degli italiani.

I social “funzionali”, invece, si chiamano così perché assolvono a uno scopo specifico, che sia prenotare un ristorante (Tripadvisor) o videochiamare un amico lontano (Skype).

Ma non è tutto: quest’anno si è aggiunta una terza tipologia di social network: si tratta di piattaforme come WeChat, Snapchat e Tik Tok, utilizzate esclusivamente dai giovani della Generazione Z e dai giovanissimi della Generazione Alpha (i bambini nati dopo il 2010 che oggi hanno dai 2 ai nove anni di età e non hanno mai visto un mondo senza tecnologia).

Modalità stalker: on

Ebbene sì, la principale ragione che spinge gli italiani a utilizzare i social media è leggere i contenuti altrui: il 43% degli intervistati, infatti, dichiara di servirsi dei social unicamente per questo motivo. Un buon 12% li adopera invece per scrivere contenuti originali.

Nello specifico Facebook, il più citato dagli intervistati, è utilizzato prevalentemente per informarsi, condividere opinioni e leggere recensioni, YouTube è la piattaforma più amata per svagarsi o trovare stimoli, mentre Instagram si conferma, anche quest’anno, il social ideale per seguire gli influencer.

A proposito di Instagram, grande novità di quest’anno è la sezione dedicata alle Stories: il 32% degli italiani le preferisce ai post, meglio ancora se realizzate da personaggi famosi. Simpatici, spontanei, in una parola influencer: nella top quattro dei più amati, i protagonisti del matrimonio più social dell’anno, Chiara Ferragni e Fedez, seguiti a vista da Cristiano Ronaldo e ClioMakeUp.

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Cucciolandia 💘

Un post condiviso da Chiara Ferragni (@chiaraferragni) in data:

Advertising: sì o no?

Nel 2018, lo scenario evidenziava quanto la pubblicità su YouTube risultasse disturbante per il 75% degli intervistati. Neutra invece su Facebook e Instagram, rispettivamente per il 33% e il 34% degli italiani. Oggi la situazione risulta mutata: la percezione di utilità è cresciuta per tutti e tre i canali analizzati – +19% per Facebook, +7% per Instagram e +10% per YouTube – a dimostrazione che una targetizzazione sempre più mirata paga, in tutti i sensi.

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Istruzioni per vivere responsabilmente

Istruzioni per vivere responsabilmente

Quali cibi mettiamo in tavola, com’è la nostra casa, quali speranze riponiamo nel futuro, quanto lavoriamo, quali sono le nostre priorità: è online il nuovo rapporto sull’economia, sui consumi e sugli stili di vita degli italiani di oggi redatto da Coop. Cambiano gli approcci all’alimentazione, alla politica, all’utilizzo dei media, agli investimenti. Tutto in favore dell’ambiente e dell’ecocompatibilità.

Complici i tre gradi di temperatura in più previsti entro il 2050, gli italiani adottano nuovi modelli di pensiero, modificando i propri comportamenti di consumo.

L’88% dei nostri connazionali fa la raccolta differenziata in modo meticoloso e il 77% utilizza elettrodomestici a basso consumo energetico. Tutti i prodotti (alimentari e non) che hanno una certificazione associata al tema ambientale registrano nei primi sei mesi dell’anno una variazione positiva: è il caso degli articoli bio, che continuano la propria inarrestabile e conclamata ascesa con un +4,6%.

La sostenibilità rappresenta dunque una componente fondamentale della reputazione d’impresa, in un contesto in cui la fedeltà viene messa ogni giorno a dura prova – l’87% dei cittadini abbandona sempre più spesso i programmi di fidelizzazione proposti dalle aziende – mentre quasi ovunque prevale la voglia di cambiamento: nove italiani su dieci ammettono di tradire il proprio marchio di fiducia mentre fanno la spesa.

In tanti sognano un’abitazione eco-sostenibile (55%), comprano sempre più spesso vestiti (13%) e cosmetici ecocompatibili (li predilige una donna su quattro) ma soprattutto scelgono di spostarsi limitando le emissioni inquinanti: quello delle auto elettriche è un mercato ancora di nicchia, ma la crescita si attesta a +148% rispetto allo scorso anno.

A farsi portavoce di questo crescente interesse verso nuove forme di mobilità – che si tratti di auto elettriche ma non solo – c’è anche il Gruppo energetico Repower, che da anni proclama il proprio impegno a favore del dibattito pubblico su un tema così sensibile, interpretando la mobilità elettrica in Italia non solo in relazione al contesto globale ma anche in funzione delle nuove abitudini sociali.

Dalla prima rete privata di ricarica per i veicoli elettrici all’app che identifica le colonnine di ricarica lungo tutto lo Stivale, passando per la panchina intelligente per la ricarica delle bici elettriche e la prima barca in Italia interamente full-electric: le iniziative di Repower e del marchio Homo Mobilis by Repower, per il quale ci occupiamo di social media marketing, ufficio stampa e content management, non fanno che confermare che il cambiamento è già iniziato.

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Il migliore Ostello del mondo? È anche il più bello!

Il migliore ostello del mondo? È anche il più bello!

State pensando di investire in un progetto alberghiero? Prima di buttarvi sul classico, potrebbe tornarvi utile sapere che gli ostelli sono la forma di ricettività che si è evoluta maggiormente negli ultimi anni, in Europa come nel resto del mondo.

No, non stiamo parlando di quelle strutture dall’atmosfera spartana predilette dagli amanti del backpacking più avventuroso (e low cost). Il moderno concetto di ostello ha poco a che vedere con l’idea che generalmente si tende ad avere di questa forma di ospitalità.

Al contrario, sempre di più si parla di strutture pensate con concept di design, in grado di rispondere alle esigenze di turisti non necessariamente giovani, con un livello di cultura elevato e un’interessante capacità di spesa, che propendono per questa soluzione tenendo conto di altri fattori oltre a quello economico.

Perché in fondo si sa, l’ostello è un posto che non ha viaggiatori solitari, ma è il punto d’incontro tra tutti questi. Soggiornare in un ostello significa condividere momenti di vita quotidiana con gente da ogni parte del mondo: dalla camera alla cucina, dalla televisione a una birra, da una serata alla storia della propria vita.

Quindi: sì alle cene internazionali, sì al barbecue sul rooftop, sì ai tornei beer pong con personaggi più o meno stravaganti. Ma solo se tutto ciò avviene in una cornice di qualità informale, in spazi di socializzazione curati, accessibili, funzionali.

A farsi portavoce di questo modello di ospitalità ci sono i ragazzi di Ostello Bello, per i quali ci occupiamo di curare i rapporti con la stampa (a proposito, date un’occhiata a questo articolo uscito oggi sul Corriere.it!) Eletto Miglior Ostello del Mondo (da Hostelworld) e Miglior Ostello di Milano (da Skyscanner), oggi questa catena conta otto strutture sparse per l’Italia e il Myanmar!

Condivisione, inclusione, apertura: questi i valori intorno a cui ruota la visione di Ostello Bello, che sta per inaugurare una nuova stagione di eventi, completamente gratuiti, con al centro musica, teatro, improvvisazione e racconti di viaggio. Dalle gare di Poetry Slam ai concerti di Tutti giù in Ostello fino alla stand up comedy di Comedy Special. Il nuovo palinsesto sarà a breve disponibile sul sito ufficiale di Ostello Bello, e a comunicarlo saremo noi di eos comunica!

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